“Non vi dimenticheremo”. Si è concluso il viaggio dei giovani veronesi in Giordania

«Dal 15 al 26 luglio abbiamo vissuto giorni di incontro, conoscenza, servizio e fede in Giordania»: così raccontano i diciassette giovani veronesi di ritorno assieme a don Matteo Malosto, direttore di Caritas diocesana veronese, dal viaggio in Giordania appena terminato.

L’iniziativa, promossa dal Centro di Pastorale Adolescenti e Giovani della diocesi di Verona e da Caritas Veronese in collaborazione con Caritas Italiana, è uno dei cinque viaggi estivi di servizio, missione e conoscenza organizzati dalla diocesi per l’estate 2026.

«Un viaggio iniziato mesi prima – spiegano i partecipanti – con la preparazione e una raccolta fondi fatta tra gli amici e nelle nostre parrocchie, che ci ha permesso di finanziare per qualche mese la clinica mobile di Caritas Jordan, che supplisce ai bisogni sanitari in alcune parti remote del Paese». Particolarmente significativa la visita alla comunità di Al-Karak, che beneficerà di questa clinica per i prossimi tre mesi. L’incontro con la comunità cristiana per la celebrazione della Messa, con parti in arabo e alcune in italiano, la visita all’ospedale italiano gestito dalle suore comboniane nella zona più povera della Giordania e il pomeriggio con i bambini hanno reso unica la giornata.

I giovani hanno così condiviso con il popolo giordano una normalità atipica, con la possibilità che le sirene potessero suonare all’improvviso  per segnalare missili o droni diretti verso le basi militari statunitensi presenti nel paese. «Può sembrare strano decidere di fare proprio oggi un viaggio in Giordania, paese geograficamente al centro del conflitto mediorientale. La scelta di partire è stata presa insieme, consapevolmente, aiutati da Alessandro Cadorin di Caritas italiana e dai tanti amici di Caritas Jordan».

«Grazie che siete qui a vedere con i vostri occhi e grazie che non ci lasciate soli», ha affermato don Mario Cornioli, prete della diocesi di Fiesole e da anni punto di riferimento della comunità italiana di Amman, a cui ha fatto seguito abuna Matheus: «Grazie perché per noi siete in questo tempo segni di speranza». In queste parole risiede il senso profondo dell’esperienza in Giordania, come un forte segnale di speranza in un tempo così complesso.

«Una delle cose più sorprendenti è stata scoprire di essere attesi», hanno raccontato i giovani che sono stati ospitati dalla parrocchia della Madonna del Carmelo e dal suo parroco Matheus. «Eravamo attesi da Caritas italiana e da Caritas Jordan, che ci hanno fatto conoscere quanto la Chiesa opera per l’accoglienza di tanta gente e per la situazione dei profughi delle diverse guerre: iracheni come detto e soprattutto siriani e palestinesi».

Don Matteo ha spiegato: «Abbiamo vissuto luoghi e realtà incredibili, ma sono soprattutto gli incontri con le persone e l’ascolto delle loro storie il tesoro più grande che è stato consegnato per essere raccontato: quella di Alessandro Cadorin e Silvia, che con i due figli piccoli vivono ad Amman e lavorano per Caritas, punto di riferimento fondamentale del viaggio. E poi ancora la storia di Rosaria e Rocco, che hanno lasciato Cerignola per creare una sartoria ad Amman con le donne irachene richiedenti asilo in attesa del permesso per lasciare il Paese, restituendo loro la dignità grazie al lavoro. E nel cuore abbiamo anche l’incontro con suor Teresa, giordana, da cinquant’anni suora, che ci diceva: “un tempo il suono delle campane era il richiamo a fermarsi per la preghiera; oggi i bambini sono abituati ad affidarsi a Dio quando sentono il suono delle sirene antimissile”. Questo il motivo del viaggio: non ci possiamo abituare alla guerra. Non vogliamo farlo».

Le giornate sono state segnate, dunque, da incontri inaspettati quanto speciali, di cui i giovani veronesi si portano a casa l’essenza, l’importanza di essere presenti per conoscere i volti, i nomi e anche le paure di chi vive lì: «Dovevamo conoscere il patriarca Pierbattista, il vescovo Iyad che ci ha accolto al nostro arrivo (“coraggiosi a venire, questo vi darà il dono di scoprire com’è qui davvero”), abuna Matheus, abuna Mario, Alessandro e Silvia, fra Francesco, suor Teresa, gli operatori e le operatrici di Caritas e tutte le persone che ogni giorno scelgono di esserci, di rendere la loro vita un dono, di essere segno solido e profondamente umano di speranza in una terra ferita».

In particolare le parole di fra Francesco Patton, custode di Terra Santa dal 2016 al 2025 e ora impegnato nella custodia del Monte Nebo, hanno permesso ai partecipanti veronesi di rendersi conto su quanto l’Occidente stia vivendo una perdita di senso, che insegue l’utopia del benessere individuale, rendendoci incapaci di incontrare il dolore altrui.

L’incontro con il patriarca Pizzaballa ha ricordato un aspetto fondamentale: «Nonostante tutto, la comunità cristiana c’è e non dobbiamo attendere che finisca il conflitto per cominciare a vivere. Dobbiamo vivere là dove siamo e cercare di vivere bene, mantenendo alto il nostro stile cristiano e le porte aperte nella verità». Non mettere da parte, inoltre, la compassione per non chiudersi e pensare che la propria sofferenza sia l’unica. «Il nostro compito come Chiesa è essere lì, non cambieremo la politica di Trump e Netanyahu, neanche ci proviamo, però dove siamo possiamo fare qualcosa».

Prima di ripartire per l’Italia, don Matteo Malosto e mr. Omar Abawi, direttore ad interim di Caritas Jordan, hanno firmato un memorandum per rendere stabile la relazione e i rapporti tra le rispettive realtà. «Questo memorandum è il desiderio di una relazione stabile. Tra le altre cose, una nostra giovane volontaria, Astrid Valdinoci, vivrà alcuni mesi in Giordania per inserirsi nelle attività di Caritas e mettere a disposizione il suo tempo e i suoi talenti. Tanti ci hanno chiesto in questi giorni di non dimenticarli; gli abbiamo promesso che non lo faremo».