Giovani in Bosnia con Caritas: tra le povertà di un popolo per tornare a casa arricchiti
Quella tra Caritas Verona e Caritas Mostar, in Bosnia, è una collaborazione nata ad inizio 2025. Una collaborazione che ha portato don Ante Pavlović, direttore della Caritas locale, a organizzare buona parte del viaggio che ventidue giovani veronesi, insieme al direttore Caritas, don Matteo Malosto, hanno intrapreso a fine luglio. «Ci siamo inseriti nelle varie iniziative di Caritas Mostar – racconta Nicole Temporin, di Young Caritas Verona – in particolare in strutture dedicate ad anziani e persone con disabilità e quindi la parte centrale della nostra esperienza l’abbiamo vissuta, divisi in gruppetti, a servizio di queste persone. È stato molto bello, dall’altra parte anche faticoso, principalmente per la lingua diversa. Abbiamo sperimentato che la musica è un linguaggio universale e che l’amore, il servizio, la vicinanza valgono in ogni parte del mondo. Tra i vari servizi, quelli più significativi sono stati quelli in cui abbiamo dato da mangiare ad anziani allettati e abbiamo aiutato nelle faccende domestiche e nelle pulizie alcune persone in casa loro in situazioni di fragilità e non autonomia. E appunto, abbiamo visto case in condizioni difficili, molto diverse dai nostri standard».
Il viaggio non è stato solo servizio, ma anche conoscenza e scoperta di una realtà molto vicina geograficamente all’Italia, ma poco conosciuta: «Abbiamo dedicato alcune giornate alla conoscenza della storia della realtà di Mostar, soprattutto tutta la parte legata alla guerra che ancora adesso porta con sé delle fatiche tra i popoli che convivono in quelle zone. Poi abbiamo conosciuto alcune realtà che sono nate intorno a Medjugorje, luogo dove risiedevamo. Abbiamo visitato due orfanotrofi e due comunità per tossicodipendenti, nate proprio intorno a questa metà di preghiera. Medjugorje è una realtà speciale, dove si respira effettivamente una pace profonda e diversa e alcune comunità che nascono in quel luogo trovano in questa pace una forza in più per le persone che ospitano. Abbiamo anche potuto conoscere più a fondo la realtà delle apparizioni, perché abbiamo incontrato una persona legata alle veggenti. E infine abbiamo un po’ partecipato alla vita della parrocchia con adorazione, Messa e confessioni. È stata davvero un’accoglienza straordinaria da parte della Caritas Mostar, del suo direttore don Ante Pavlović e della sua collaboratrice, nonchè coordinatrice del viaggio, Iva Rozić».
Una delle partecipanti al viaggio ci ha spiegato che «andare in Bosnia si è trasformato da puro servizio ad incontro con il Signore attraverso l’altro. Un altro che, in una terra ferita come la Bosnia, può essere anche nemico, scomodo, addirittura “in più”. A Medjugorie ho respirato una fede tradizionale e semplice: di chi tra terra rossa e sassi si lascia accompagnare. Questo mi ha fatto tanto bene ma non è stato semplice viverlo. A Mostar ho visto la divisione profonda tra due popoli e ascoltato testimonianze molto diverse. Quella che mi ha colpito di più parlava di un perdono necessario per raggiungere una reciprocità. Ho capito che la pace non è una cosa romantica e che spesso la diamo per scontata o la facciamo diventare una cosa semplice. La pace nasce dalla profonda consapevolezza che io per prima ho dei nemici interni da vincere e da affrontare, che prima di portarla fuori da me occorre averla dentro di me». Sulla stessa lunghezza d’onda anche gli altri partecipanti, come il giovane Samuele Simoni: «Grazie a tutti gli amici conosciuti in Bosnia e ai compagni di un viaggio che inizia ora, nella mia quotidianità. “Alle volte bisogna cambiare prospettiva”: è questa una frase che mi porto via dal viaggio che abbiamo vissuto. Uscire dalle logiche del quotidiano, dalle nostre abitudini, per vivere quei momenti nelle quali il Signore ci stupisce, ci sorprende. Provare e dare un amore bellissimo, fatto non solo di relazione e amicizie ma anche, e soprattutto, di servizio, di donarsi per l’altro, in una prospettiva diversa, ma altrettanto emozionante, nella quale il Signore riesce a parlare al nostro cuore». Continua Giulia Fasoli: «Cos’è stata la Bosnia? Missione, viaggio di servizio o pellegrinaggio? Non lo so ancora ma porto con me sia la frase “Educare e dare motivazioni della propria fede” pronunciata da un sacerdote di Mostar che vive a contatto con i giovani, sia la potenza del dialogo e non dialogo con gli anziani che abbiamo incontrato nelle varie attività. Anziani che, nonostante fossero in grado di comunicare, non sempre fluentemente, solo in croato, mi hanno lasciato la gentilezza e l’espressività di un sorriso, di una smorfia o di una stretta di mano».
Conclude Arianna Golo: «La settimana trascorsa insieme in Bosnia Erzegovina è stato un groviglio di momenti ed esperienze diverse, che hanno avuto come punto centrale la riscoperta del vero senso dell’essere comunità e del mettersi a servizio dell’altro. Siamo stati per un po’, per le persone che abbiamo incontrato lungo il cammino, nipoti, figli e amici, e lo abbiamo fatto con gesti semplici di tutti i giorni e attraverso le fatiche e i limiti che portiamo sempre con noi. Non abbiamo fatto nulla di sconvolgente o fuori dalla norma e sicuramente Mostar sarebbe potuta andare avanti anche senza il nostro aiuto, ma forse siamo noi ad aver avuto bisogno di esserci e di stare in mezzo ai fratelli per ricordarci che per amare dobbiamo prima sentirci amati e che siamo tutti guardati con lo stesso sguardo, a prescindere dalla lingua che parliamo e dal luogo in cui siamo nati».








