Donatella Turri: «Non togliamo ai nostri giovani il diritto all’immaginazione»
Caritas Veronese all’interno del contesto di Poeti Sociali ha toccato un tema di attualità molto importante: le violenze dei giovani che in questi giorni popolano le prime pagine dei giornali italiani ed europei. Cosa può fare Caritas davanti a fenomeni come questo? Cosa può fare la Chiesa in questi giorni? Come può ciascuna comunità essere educante e dare realmente attenzione a questi giovani?
È Donatella Turri, già membro dell’equipe di direzione di Caritas italiana nell’ambito della povertà educativa e dispersione scolastica e attuale direttrice della Fondazione per la Coesione Sociale, a parlarne, analizzando il fenomeno e soprattutto spiegando il ruolo delle comunità di oggi.
«Abbiamo visto immagini di giovanissimi che distruggevano le vetrine e le nostre città. Italiani o italiani di seconda generazione, che non si conoscevano tra loro. E spesso le famiglie alle spalle nemmeno sapevano che i figli erano lì, pensavano fossero a lavorare o a scuola, non ci credevano nemmeno delle immagini viste. Perché erano lì? Sono arrivati per protestare, ma soprattutto per esserci, per apparire, per documentare sui loro social. In alcuni casi senza la consapevolezza che stavano commettendo reati, anche gravi. Ma ci tengo a sottolineare un aspetto importante: i giovani non sono andati davanti ai luoghi del potere. Sono andati davanti ai negozi, alle grandi marche. Luoghi di potere diversi: luoghi dei ricchi, spesso irraggiungibili per i nostri ragazzi. Non i luoghi della politica, ma quelli dei sogni. Qualche anno fa è successa la stessa cosa a Londra. Andare a protestare, e in alcuni casi a distruggere, nei luoghi dei desideri non è casuale».
Caritas e il mondo del sociale si aspettava quello che sta avvenendo?
«Chiaramente non le violenze, ma cinque anni fa Caritas aveva già raccontato di queste fragilità nel mondo giovanile, attraverso il report “pavimenti appiccicosi”, di questa società disgregata, di questi giovani impoveriti. E in cinque anni le condizioni sono peggiorate, soprattutto nelle città del nord. A sud di fatto c’erano fragilità che si sono mantenute negli anni, a nord invece la povertà è aumentata. Ci sono quartieri, che chiamiamo cellule di emergenza educativa, nelle grandi città del nord dove i nostri giovani stanno peggio che al sud dove da anni si segnalano certi problemi. Oggi contrastare la povertà educativa dei nostri minori chiede di andare in queste zone. Chiede di andare in cerca di queste sacche di povertà».
Ci sta dicendo che la soluzione non è aumentare i posti per i minorenni nelle carceri…
«Questa è una proposta del nostro Ministro della giustizia davanti alle violenze degli ultimi giorni. Come Caritas e come istituzioni del terzo settore del sociale, noi diciamo che è tutto un discorso di postura, di come vogliamo vedere a priori la nostra società. Guardiamo alcune questure, alcuni metodi di accoglienza dei migranti: dimostrano spesso una sorta di violenza istituzionale. Anche in alcune scuole, molti ragazzi percepiscono un giudizio forte da parte degli insegnanti, con i ragazzi che sentono che “non possono sbagliare”. Senza scordare che molti giovani sentono forte addosso il fatto che non possono commettere errori, che non possono fallire, che la società non glielo concede. Magari questa violenza non c’è, ma è la percezione che resta. Le istituzioni possono fare tutti i progetti che vogliono, ma se i ragazzi non percepiscono amore, accompagnamento reale, i risultati si vedono. La postura è fondamentale: sensibilità non dette, lasciano ferite. E quella cicatrice poi è difficile da curare».
Chi sono questi giovani di cui parla?
«Sono ragazzi che arrivano da fragilità familiari e sociali. Uno su due di questi giovani vive in case sovraffollate. Spesso arrivano da dispersione scolastica e in Italia ci sono i dati peggiori d’Europa su questo. Ma che arrivano anche da contesti di povertà comunitari: alle spalle adulti o famiglie che vivono in contesti di povertà, anche educativa, famiglie disgregate, famiglie di migranti. Vi propongo alcune domande: questi ragazzi hanno avuto la possibilità di fare sport? Hanno una piscina vicino casa? Hanno un teatro o un cinema accessibili? Raggiungibili coi mezzi di trasporto? Economicamente alla portata? Ci sono musei vicini a loro? E ci possono accedere? Ci sono contesti che diventano di apprendimento e relazione con altri ragazzi? Chiediamoci quali città stiamo costruendo. Dove sono questi contesti in cui i ragazzi sono al centro e non nelle periferie? E gli esempi degli ultimi giorni ci presentano ragazzi giovanissimi, adolescenti. Che colpe hanno? Cosa sta facendo la società per questi ragazzi che stanno diventando cittadini? Se parli con loro e chiedi come si immaginano il loro futuro, ti dicono che non riescono ad immaginarselo diverso dal presente. Tutti hanno aspirazioni: famiglia, serenità, lavoro, pace. Il problema si vede davanti alle aspettative: avrò un lavoro? Nel contesto dove vivo ce la farò o dovrò andarmene? Vivrò peggio dei miei genitori?»
Sembra il quadro di una società degli adulti che sta distruggendo il futuro dei giovani.
«No, direi che la società sta togliendo loro il diritto all’immaginazione: chi sperimenta la povertà infantile vive una cosa molto diversa rispetto alla povertà adulta. È terribile togliere ai nostri ragazzi la speranza, il pensiero di un futuro bello, ma soprattutto l’immaginazione: di essere diversi da grandi. Di crescere pieni di oggi e pieni anche di un domani».
E le nostre comunità e la nostra Chiesa cosa possono fare quindi?
«Papa Francesco continuava a dire il proverbio africano: “per crescere un bambino di vuole un villaggio!”. Noi dobbiamo ricostruire questo villaggio. Non serve fermezza, ma serve la carezza. La carezza di una comunità che accudisce. Dobbiamo cambiare la postura, lo stile. Come decidiamo come comunità di affrontare la situazione che ho di fronte? La postura si sceglie e fa la differenza. Noi come Caritas siamo chiamati ad avere una postura di speranza, virtù questa che si esercita in gruppo, infatti Dio parlava a un popolo oppure parlava ad uno che parlasse a un popolo. La speranza non è ottimismo, ma è la certezza che ciò che sto facendo avrà un significato, è un orientamento dello spirito e del cuore».
La soluzione sta quindi alla radice?
«Dobbiamo partire dal nostro modo di stare e lo stile da tenere è quello delle relazioni. Non sono i servizi che salvano i ragazzini. Ma sono le relazioni: dobbiamo mettere a fianco di questi giovani, adulti che siano in grado di stare con loro, di creare relazioni di fiducia. Anche i nostri luoghi: devono essere luoghi di incontro, luoghi aperti. Che diventino spazi neutri, poco regolamentati, liberi, che lascino margine agli spazi, anche mentali, dei nostri giovani. E dobbiamo fidarci della loro immaginazione, fare spazio a ciò che loro sognano, ma anche alle loro capacità, dando loro modo di valorizzarle. Usando i mezzi che abbiamo: non i soldi, non la ricchezza. Ma con la fantasia, con quello che abbiamo».
Vuole lasciare un consiglio alle comunità parrocchiali che sono chiamate ad affrontare questa sfida?
«Lascio un’immagine: facciamo nidi. I nidi degli uccelli come sono? Incredibili. Fanno nidi da veri artigiani con quello che trovano, con plastica, oggetti, natura, colori diversi. Questo è quello che dobbiamo fare. Creare nidi accudenti, con vivacità, fantasia, usando quello che abbiamo, senza limitarci. Partendo da una postura e uno stile, si arriva al concreto, alle attività che ognuno può proporre, lasciando il protagonismo giovanile, che porta un respiro di amore. Lo so che a Verona già ci sono iniziative incredibili di laboratori, di attività dedicate a questi giovani, di proposte che arrivano direttamente dai ragazzi a cui è stato lasciato spazio, sia fisico, ma soprattutto di immaginazione e di sogno. È da questo che si parte per creare splendore. Donando amore. Nient’altro che amore».
