L’approfondimento. Quando il mare decide di non tacere più

Sembra che il Mediterraneo non voglia più farsi complice della nostra indifferenza. Non voglia più mentire rispetto a quello che abbiamo fatto o stiamo facendo. In queste ore le mareggiate lungo le coste calabresi e siciliane restituiscono corpi in avanzato stato di decomposizione. Almeno quindici negli ultimi giorni, tra Pantelleria, Trapani e la costa tirrenica calabrese. Vite concluse ai confini dell’Europa. E sono solo quelle che vediamo.

L’ipotesi è che si tratti di migranti dispersi durante il ciclone Harry. La rotta del Mediterraneo centrale continua a essere la più letale. Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, nel solo mese di gennaio più di 450 persone hanno perso la vita: tre volte il dato dell’anno precedente. Dall’inizio del 2026 almeno 547 morti lungo le rotte del Mediterraneo. E secondo alcune organizzazioni potrebbero essere circa mille gli scomparsi, inghiottiti dal mare senza che nessuno possa più contarli.

Eppure, il dibattito pubblico parla d’altro. Meno sbarchi, meno emergenza, più controllo. Le curve nei grafici scendono e diventano argomento politico. Ma meno arrivi non significa meno partenze. E non significa meno morti.

Mentre l’Italia celebrava le imprese olimpiche dei suoi atleti, che non hanno colpe, intendiamoci, anzi, complimenti ad ognuno di loro; e mentre le piazze si riempiono di schermi e applausi, in Calabria e in Sicilia arrivavano i corpi che il mare restituisce. Due racconti che scorrono paralleli, senza toccarsi. Da una parte la retorica della vittoria, dall’altra un inventario silenzioso di vite perdute. Caritas Verona non è rimasta in silenzio ed ha organizzato una serata per ricordare tutte queste persone (Vedi qui).

La differenza tra uno sbarco in meno e un naufragio in più è di una riga all’interno di un comunicato stampa. I cadaveri non hanno nome, spesso non hanno volto, non hanno una storia ufficiale. Eppure, ogni corpo racconta una partenza, una madre che aspetta, un telefono che non squilla più.

Il Mediterraneo non è mai stato così silenzioso come adesso. Meno immagini sui moli, meno telecamere, meno clamore. Ma sotto la superficie calma, dopo la tempesta, il mare continua a restituire la sua verità.

Le parole di padre Camillo Ripamonti, direttore del Centro Astalli, sede italiana del servizio dei Gesuiti per i rifugiati, sono potenti: «Sembra che la colpa sia sempre di qualcun altro», dei trafficanti, delle condizioni meteo, perfino di chi parte. «Ma la colpa è della nostra indifferenza. È una politica che respinge, che non vuole vedere, che tiene fuori. E allora la domanda non è solo quante persone sono morte, ma chi siamo diventati noi davanti a queste morti».

La politica misura il successo con le statistiche che mostrano numeri piccolissimi. Il Mediterraneo risponde con un conteggio che non finisce nei grafici. Se davvero, come stimano alcune fonti, le partenze nei giorni del ciclone erano centinaia o addirittura mille, quelli ritrovati sono solo un frammento. Il resto è ancora là fuori, sotto una superficie che dalla riva sembra tornata alla normalità.

Forse non è la rotta ad essersi chiusa. Forse è la nostra capacità di guardare. Ma il mare, testardo, continua a riportare a galla ciò che preferiremmo non vedere.