La sfida del contrasto alla povertà. Dati, esperienze, prospettive

Caritas Italiana ha presentato il Rapporto dedicato alle politiche di contrasto alla povertà, con il quale offre un primo bilancio sull’Assegno di Inclusione (ADI), introdotto a gennaio 2024. La riforma, che ha sostituito il Reddito di Cittadinanza, ha segnato un cambio di paradigma: dal principio universalistico dell’aiuto a tutti i poveri a un approccio categoriale, riservato solo ad alcune tipologie familiari.

I dati raccolti da Caritas evidenziano una contrazione della platea dei beneficiari del 40-47%, senza che questo abbia migliorato l’efficacia nel raggiungere i più fragili. Sono infatti escluse molte famiglie in età da lavoro senza figli, lavoratori poveri, stranieri e nuclei residenti nel Centro-Nord. In particolare, le famiglie straniere – pur con un allentamento del requisito di residenza – risultano ulteriormente penalizzate dalla nuova scala di equivalenza.

Il Rapporto sottolinea come, in questo scenario, Caritas sia tornata a svolgere un ruolo di “paracadute” sociale, registrando un aumento delle richieste di aiuto per beni primari come cibo, affitto e utenze. Un’inversione di tendenza preoccupante che rischia di ridurre lo spazio per l’accompagnamento personalizzato verso l’autonomia.

Anche il Supporto per la Formazione e il Lavoro (SFL) mostra alcuni limiti: bassa partecipazione, percorsi poco incisivi e scarse opportunità occupazionali stabili. Più che un trampolino verso l’inclusione, rischia di essere percepito come un sostegno temporaneo e inefficace.

Caritas Italiana richiama l’attenzione sulla necessità di politiche inclusive, coordinate e basate sui reali bisogni delle persone, per garantire a tutti, e non solo ad alcuni, il diritto a un’esistenza dignitosa.

La situazione a Verona

Il 15° Coordinamento dei Centri di ascolto di Caritas Verona del 4 ottobre alla rassegna Poeti Sociali è stata occasione per condividere alcuni dati e riflessioni sulle povertà nel contesto veronese. I Centri e Gruppi di ascolto territoriali rappresentano, infatti, una componente molto importante del sistema di prossimità e dell’Osservatorio delle povertà di Caritas diocesana veronese. Si tratta di una rete che conta cinquantadue Centri di ascolto, sedici Empori della solidarietà e venticinque Officine culturali implementati da una comunità di 1867 volontari.

«È necessario avere uno sguardo sul cambiamento della società attuale, per pensare al futuro con occhi diversi – spiega Lucia Vantini, delegata episcopale alla Prossimità – Perché non c’è futuro se non conosci il passato e non hai imparato ad analizzare i movimenti del presente. I nostri volontari devono avere la capacità di andare in cerca di storie singolari, vere, piccole, schegge di mondo in un contesto piccolo: questa è la sfida di oggi. E poi costruire ponti tra le persone, che sia il più piccolo dei miei fratelli o delle mie sorelle non importa. Perché salvare una persona significa salvare il mondo intero».

Barbara Simoncelli di Caritas Verona analizza alcuni numeri: «Nel 2024 la rete capillare dei Centri di ascolto ha supportato 3778 famiglie per un totale di 10654 persone, con un aumento del 17% rispetto all’anno precedente. In quasi due casi su tre la persona che ha chiesto aiuto è una donna (63%). Il 59% delle persone ascoltate ha cittadinanza non italiana. L’età media delle persone ascoltate è di 50,7 anni, lievemente più alta di quella registrata a livello nazionale (47,8). Si conferma l’andamento secondo il quale la fascia d’età più frequente tra gli stranieri ascoltati è tra i 35 e i 44 anni, mentre tra gli italiani è tra i 55 e i 64 anni. Le persone supportate hanno titoli di studio tendenzialmente bassi, a confermare che una bassa scolarizzazione aumenta il rischio di affrontare episodi o una condizione di povertà nel corso della vita. La condizione di lavoratore o lavoratrice è molto frequente (31%) tra l’utenza e interessa quasi una persona su 3. La rilevazione dei bisogni ci dice che l’82,8% delle famiglie presenta problemi di povertà economica, cui seguono i problemi collegati all’occupazione (19,1%) e, in una famiglia su dieci, i problemi di salute, abitativi e familiari».

E cosa può fare Caritas in un contesto simile? È Nunzia De Capite, sociologa di Caritas italiana, a provare a dare alcuni consigli: «Innanzitutto, Caritas ha un ruolo di advocacy. Perché può difendere chi non ha voce e rappresentare chi è rimasto escluso. Non possiamo cancellare il bisogno, ma possiamo passare dal bisogno al diritto: cioè, tutelare i diritti che rendono possibili risposte. Poi Caritas deve puntare sempre alla giustizia. Quindi credere nel cambiamento, attraverso le istituzioni pubbliche, avendo la possibilità di dire il proprio pensiero, di farsi sentire, di far entrare il proprio sistema di valori dentro al sistema decisionale. Inoltre, non deve dimenticarsi di creare rete. Nessuno lavora da solo. Si fa rete con i Comuni, con le Asl, con l’Inps, con le associazioni del terzo settore del proprio territorio. E di conseguenza si creano ponti, ma anche alleanze o semplici partenariati. È in questo modo che si creano le basi del sociale. Si parte dalla Caritas parrocchiale, per arrivare a quella diocesana, che poi dialoga con quella nazionale, che può avere dei dati concreti, che arrivano dal basso, da portare alle istituzioni e alla società intera, che possano portare al cambiamento. Caritas ha questa capacità di creare uno sguardo nuovo che cancella e dimentica le abitudini, non tanto per rivedere con occhi diversi, quanto per la necessità di orientarsi di nuovo nello spazio e nel tempo».