Funzionano i corridoi umanitari: l’accoglienza a Quinzano
Tratto da Verona Fedele
Il 29 aprile di quest’anno sono arrivate in Italia dalla Giordania 63 persone rifugiate, grazie ai corridoi umanitari promossi da Caritas Italiana. Tra loro, quattro sono state accolte nel territorio veronese grazie all’impegno della Caritas diocesana e delle comunità parrocchiali locali: Namarig e Yassine, una coppia sudanese accolta nella comunità di Quaderni, e Jawhara e Joury, madre e figlia, accolte nella comunità di Quinzano, dove sono giunte a Verona il giorno successivo, il 30 aprile.
I corridoi umanitari permettono l’ingresso legale e sicuro in Italia a donne, uomini e bambini che da anni vivono nei campi profughi in condizioni di grande precarietà. Non si tratta soltanto di garantire un viaggio sicuro, ma anche di predisporre un percorso di accoglienza che favorisca l’integrazione e l’autonomia delle persone. In questo cammino, il coinvolgimento delle Caritas diocesane, delle parrocchie e dei volontari è fondamentale per trasformare l’arrivo in una concreta opportunità di ripartenza.
Attraverso il coordinamento di Caritas Italiana e delle Caritas diocesane, vengono sviluppati percorsi di accoglienza, integrazione e inclusione sociale, spesso con la collaborazione delle comunità parrocchiali. La Caritas veronese aderisce a questa iniziativa fin dal suo avvio, nel 2018, contribuendo alla realizzazione di percorsi di accoglienza diffusa all’interno della diocesi.
Le persone ospitate non trovano soltanto una casa, ma anche una comunità e una rete di relazioni capaci di accompagnarle nel delicato percorso di inserimento nella nuova realtà. Ed è proprio questo il senso dell’accoglienza che ha coinvolto la comunità di Quinzano. Dopo aver accompagnato nel loro percorso tre fratelli rifugiati provenienti dallo Yemen – Ameen, Azhar e Ahmed, oggi ben integrati e inseriti nel mondo del lavoro –, la comunità ha accolto una madre e una figlia, Jawhara e Joury. Sono arrivate dopo aver lasciato lo Yemen e aver trascorso ben dieci anni come rifugiate in Giordania. Dall’8 luglio sono ospitate nei locali della parrocchia di via Tagliamento. L’accoglienza e l’accompagnamento sono sostenuti dagli operatori Caritas della cooperativa Il Samaritano di Caritas, che seguono anche il percorso relativo al permesso di soggiorno e alla documentazione necessaria.
Una storia che riparte. La loro storia arriva da un Paese, lo Yemen, che da anni vive una grave crisi umanitaria e politica, segnata dal conflitto, dall’instabilità e da una profonda crisi economica. La popolazione deve affrontare violenze, povertà e difficoltà nell’accesso al cibo, all’acqua e ai servizi sanitari. La posizione strategica dello Yemen, vicino allo stretto di Bab al-Mandab, tra il mare Arabico e il mar Rosso, e il coinvolgimento delle potenze regionali hanno inoltre reso il conflitto una questione di rilevanza internazionale. Dopo dieci anni, trascorsi come rifugiate in Giordania, per Jawhara e Joury l’arrivo in Italia rappresenta dunque l’inizio di una nuova pagina della loro vita.
Jawhara è grafica designer di formazione. Joury, appassionata di informatica, ha iniziato il proprio percorso scolastico a Verona frequentando l’Educandato statale Agli Angeli e oggi frequenta il secondo anno dell’Istituto tecnico industriale G. Marconi. Fin dall’inizio dell’accoglienza, un gruppo di volontarie e volontari si alternano per aiutare Jawhara nell’apprendimento della lingua italiana. Anche Joury ha iniziato fin da subito a studiare l’italiano, proseguendo il proprio percorso scolastico. Oggi Jawhara, oltre alle lezioni con le volontarie, frequenta il corso di italiano presso il Cpia (Centro provinciale per l’istruzione degli adulti). Con grande volontà sta inoltre frequentando Casa di Ramìa, il Centro interculturale delle donne del Comune di Verona, uno spazio di incontro, dialogo e scambio tra donne italiane e con background migratorio. Un luogo che favorisce la conoscenza, la socialità e la partecipazione alla vita della città, creando ponti tra culture diverse.
L’accoglienza che diventa fraternità. Questa esperienza ci ricorda che accogliere non significa soltanto offrire un tetto o rispondere a un bisogno immediato. Significa mettere a disposizione tempo, ascolto, attenzione e relazioni. Significa accompagnare una persona mentre ricostruisce, passo dopo passo, la propria vita. In questo percorso, il contributo dei volontari della parrocchia è prezioso. Attraverso piccoli gesti quotidiani, l’insegnamento della lingua, la vicinanza e la disponibilità all’ascolto, l’accoglienza diventa una relazione e la relazione può trasformarsi in fraternità.
A Jawhara e Joury va quindi il nostro augurio più sincero: che questa nuova esperienza possa diventare per loro una casa, un’opportunità e un futuro. E a tutte le volontarie e i volontari che, con discrezione e generosità, stanno accompagnando il loro cammino, va il nostro grazie. Perché una comunità è davvero tale quando sa aprire le proprie porte e riconoscere nell’altro non uno straniero, ma una persona con cui condividere un tratto di strada. È questa la forza dell’accoglienza: trasformare l’incontro in conoscenza, la conoscenza in amicizia e l’amicizia in fraternità.
Articolo di Giuseppe Fiorio
Incaricato Pastorale degli immigrati della diocesi di Verona
