Volontariato con la Caritas: “il chapati di Kabir e quella foto che mi ha cambiato la misura delle cose”
Nei mesi scorsi alcune scuole superiori della provincia di Verona e anche da fuori città (Torino) hanno vissuto alcune esperienze forti di servizio e conoscenza nelle varie opere segno di Caritas diocesana. Tra queste c’è l’esperienza di Irene Chiummariello, in quinta al Liceo Medi di Villafranca, che si è raccontata in un bellissimo articolo su ilbacodaseta.org.
Alleghiamo l’articolo qui sotto, ringraziando Irene per il contributo che è sicuramente un esempio per tantissimi altri giovani che desiderano svolgere attività di volontariato nei servizi di Caritas. Se qualcuno è interessato, può cliccare qui per ottenere maggiori informazioni.
Volontariato con la Caritas: il chapati di Kabir e quella foto che mi ha cambiato la misura delle cose
In una settimana di convivenza tra accoglienza e ascolto, la distanza si accorcia in cucina e nelle relazioni quotidiane.
Gli occhi pesanti, i vestiti impregnati di aromi pungenti e il cuore sotteso tra forse e perché. È così che lascio la Casa di Madonna di Guadalupe a San Massimo di Verona un mercoledì di marzo, quando ho la possibilità di inciampare in storie di vita diverse dalla mia.
Frequento l’ultimo anno dell’indirizzo scienze umane, tra le aule del liceo Enrico Medi di Villafranca, e quest’anno, come progetto di indirizzo, è stata organizzata una settimana di Convivenza a stretto contatto con le realtà di Caritas.
Di tutti i volti che ho potuto osservare durante le diverse attività di aiuto comunitario, quelli che mi rimangono prepotenti sul petto sono i volti dei rifugiati e richiedenti asilo che Caritas Diocesana Veronese accoglie per un totale di 120 posti, messi a disposizione. Il progetto di accoglienza in collaborazione con la Cooperativa Sociale Servizi e Accoglienza “Il Samaritano ONLUS”, prevede di prendersi cura dei richiedenti protezione internazionale sul piano economico, delle relazioni e del percorso di integrazione nel nostro territorio.
Il volto di Kabir (nome di fantasia) riesce a comunicarmi la gratitudine e la gioia che condivide nel sapere che passerò un pomeriggio accanto a lui. Dimentico così in un attimo l’altissima barriera linguistica che ci divide, senza permetterle di allontanarci. Al contrario, Kabir mi spiega come cucinare il chapati (pane tradizionale dell’India) e mi invita a tagliare assieme le patate.
Il mio interromperlo in un momento così personale non è quindi visto come una irrispettosa invasione dei suoi spazi, ma come un’opportunità di crescita ed arricchimento personale. Sono io per prima ad essere arricchita dalla sua volontà di darsi da fare e dalla sua capacità di farsi capire, nonostante sia la sola in quella stanza a masticare l’italiano.
Mentre cuociamo e friggiamo, le lancette dell’orologio corrono veloci e non mi accorgo di essere giunta al termine dell’attività programmata. Credevo che Caritas mi invitasse a servire chi è più bisognoso di me, e invece è stato Kabir a servirmi. Dopo aver preparato la tavola, mi ha permesso di assaggiare il chapati cucinato con tanta cura e ha atteso paziente che terminassi di mangiare. Prima di lasciarmi andare via, ha chiesto di poter scattare una foto e ricordare per sempre quel momento conviviale.
Durante le attività presso la Casa Accoglienza, l’educatrice Annamaria Foletto accompagna le mie emozioni del momento, aiutandomi ad attribuire loro un nome. Ha quasi trent’anni, abita a Caldiero di Verona e lavora da quattro anni nell’ambito del sociale con i richiedenti asilo. Il suo volto luminoso abbraccia le curiosità che nutro nei riguardi del suo percorso lavorativo, e le chiedo di concedermi un’intervista.
Dopo aver iniziato a lavorare per Caritas, quali sono stati gli aspetti che ti hanno convinta a rimanere in tali realtà?
Sicuramente la cura dell’altro, spendere il proprio tempo per l’altro. Il motto della mia vita lavorativa è una frase, famosa a suo modo, che dice “gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”. Io mi sento molto grata di poter vivere la vita che sto vivendo e sono consapevole che tante persone sono più in difficoltà di me e non vivono esattamente la vita che desideravano. La cosa che mi affascina del sociale è chiedermi cosa posso fare io concretamente nel mio piccolo per l’altro.
Quali mansioni svolgi, nello specifico, nella Casa Accoglienza di Madonna di Guadalupe?
La mansione principale, e anche la più difficile, è “stare”: riuscire a entrare nella storia dei ragazzi e nel loro vissuto. Nel concreto mi occupo della cura della casa, di stare dietro agli appuntamenti, della questura, delle visite… però questo è solo la cornice, perché la cosa importante di questo lavoro è stare con i ragazzi e entrare piano piano nella loro storia.
Se potessi invece raccontarmi le criticità del tuo lavoro, quali sarebbero?
Con la lingua non è sempre facile, e a volte anche la cultura diversa potrebbe essere di intralcio. Ma è come una medaglia con due facce, per quanto a volte sia difficile perché si è lontani, dall’altra parte arricchisce molto. Sono sempre ostacoli che si possono benissimo superare se si trova la via. Ci sono delle piccole criticità, sì, come in tutti i lavori, ma bisogna saperle vedere nel modo che ti possono arricchire.
Qual è la “via” che trovi tu, per far sì che le criticità ti arricchiscano?
Sono tutte persone diverse, quindi non esiste una via o un modo che vada bene per tutti. L’importante è provare. Si prova con una chiacchiera, una partita a calcetto, un video su YouTube, si cerca un aggancio per creare una relazione e far sì che ci sia uno scambio di opinioni, di parole, culturale. Insomma, piano piano si costruisce.
È complicato discernere tra lavoro e vita privata? Come si fa a non rimanere soffocati da questa realtà?
Per riuscire a fare questo lavoro servirebbe un po’ di distacco: bisogna ricordarsi che delle persone vivono una serie di disavventure nella vita, ma non bisogna focalizzarsi sulla disavventura, piuttosto su quello che si può fare per loro. Bisogna pensare a cosa si può fare oggi per migliorare, vivere nell’oggi. Se iniziamo a portarci a casa le storie di tutti, rischiamo che soffochino anche la nostra, ed è giusto che ognuno viva la propria strada.
Hai mai vissuto un episodio che ti ha fatto comprendere di essere nel luogo giusto? E una vicissitudine che ti ha fatto pensare, invece, di voler mettere in discussione il tuo lavoro?
Quando arrivano i ragazzi, ogni ragazzo ha dei sogni, dei desideri, degli scopi. Ogni ragazzo ha il perché lui è qui ed è un perché che sa effettivamente solo lui nel suo cuore. A volte lo spiega, a volte non lo dice. Una delle cose che mi fa veramente felice nel mio lavoro avviene nel momento in cui mi rendo conto che un ragazzo piano piano impara l’italiano, trova un lavoro, si integra, ha dei buoni rapporti con la comunità e riesce a crearsi un minimo di rete, di amicizie. Mi rincuora. Dall’altra parte invece, tanto mi scoraggia quando i ragazzi arrivano, si chiudono in loro stessi. Magari anche perché le loro storie sono veramente difficili e rischiano di essere intrappolati nel loro passato. Non riescono a trovare un motivo per farcela qui e cercano degli escamotage per non andare a scuola, non cercare lavoro. È un peccato perché perdi del tempo prezioso, perdi l’oggi. In realtà sono tutti ragazzi che hanno tanto potenziale, bisogna solo trovare il modo giusto per estrapolarlo.
Credi di essere cambiata da quando svolgi questa esperienza? In cosa?
Io credo di essere un’Annamaria diversa tutti i giorni. Stare a contatto con gli altri, con la vita e con il vissuto degli altri ti cambia tutti i giorni, perché ognuno ti dona un pezzettino alla volta. Ho cambiato la mia prospettiva di vedere l’altro e di vedere le persone anche al di fuori del mio lavoro. Mi rendo conto che la vita ha tanti colori e tante sfaccettature bellissime.
Oggi, ad un paio di mesi da quell’esperienza, mi sorprendo a cercare nella galleria del mio cellulare la fotografia che Annamaria mi ha scattato con Kabir. Sono io ad essere un’Irene nuova e a non voler dimenticare il suo volto. È l’emblema che storie diverse dalla propria rendano sempre ricchi e paghi.
