Verona si candida a Capitale italiana del volontariato 2027
Verona sceglie di mettersi in gioco. E lo fa a partire da una delle sue caratteristiche più profonde: la capacità di fare rete, di prendersi cura, di non lasciare indietro nessuno.
È ufficiale la candidatura della città a Capitale italiana del volontariato 2027, promossa da un comitato che unisce CSV di Verona, Comune di Verona, Caritas Diocesana Veronese e Forum del Terzo Settore Veneto. Un percorso condiviso, costruito negli ultimi mesi, che racconta non solo un progetto, ma una visione di città.
Una città che può contare su una presenza capillare e viva del Terzo settore: oltre 1.800 enti attivi e più di 6.200 organizzazioni non profit, segno di un tessuto sociale ricco e partecipato.
La candidatura non è solo un riconoscimento da ottenere, ma un’occasione per interrogarsi e rilanciare. Essere Capitale italiana del volontariato significa infatti promuovere la cultura del dono, valorizzare le esperienze di collaborazione tra enti e cittadini e riconoscere il contributo del volontariato allo sviluppo della comunità.
«Il volontariato è uno dei luoghi in cui una comunità impara a guardarsi e a riconoscersi – sottolinea il vescovo di Verona, mons. Domenico Pompili –. È lì che si costruisce una società capace di non ridurre la persona ai suoi bisogni, ma di riconoscerne la dignità. Questa candidatura è un segno importante: dice che Verona non vuole restare indifferente, ma desidera continuare a prendersi cura. D’altronde stiamo parlando di una città che da sempre è laboratorio originale di volontariato sociale. Tra il 1800 e il 1900 Verona ha istituito forme di volontariato uniche, come le casse rurali, o le presenze religiose e laiche che davano risposta alle fragilità a cui la società civile non riusciva ad arrivare. Questa candidatura è il riconoscimento per tutto ciò che è stata Verona in questi anni. Oggi poi, il volontariato sta cambiando: qualche numero in meno, da sociale è più culturale, sta subendo l’influenza di una società che sta invecchiando. Ma rimane un dono unico per tutta la nostra città».
Un lavoro corale, che mette insieme istituzioni, associazioni e cittadini, e che guarda al futuro senza dimenticare le radici. Il progetto, infatti, punta a valorizzare la tradizione solidale del territorio veronese, ma anche a rinnovarla, aprendosi alle nuove forme di partecipazione e di impegno civico.
«Non è solo una candidatura – evidenzia don Matteo Malosto, direttore della Caritas Diocesana Veronese – ma un percorso che ci chiede di crescere come comunità. Il volontariato, quando è autentico, non è mai solo risposta a un bisogno, ma è costruzione di relazioni, di fiducia, di legami. È ciò che tiene insieme il nostro territorio. E come Caritas siamo felici di far parte di questa candidatura, perchè stiamo scrivendo in modo sistematico una rete che già esiste e che collabora insieme a moltissime realtà. Mai come in questa occasione, la candidatura non è occasione per fare rete, ma è un punto di arrivo di una collaborazione stretta tra diversi enti. E quindi già questa è una vittoria!».
Se Verona dovesse ottenere il riconoscimento, sarà chiamata a organizzare un intero anno di eventi, iniziative e momenti di confronto, capaci di raccontare e rafforzare il valore del volontariato nella vita della città.
Al centro della proposta ci sono alcune linee di lavoro chiare: rafforzare i legami sociali e la cittadinanza attiva, promuovere il protagonismo dei giovani, valorizzare il volontariato come espressione culturale e sociale, e riconoscerne anche il valore “politico”, come presidio di democrazia, diritti e corresponsabilità.
Uno sguardo che tiene insieme comunità, istituzioni e futuro. Perché, al di là del risultato, questa candidatura racconta già qualcosa di Verona: una città che sa fare squadra e che continua a credere che il bene comune si costruisca insieme.
L’esito sarà comunicato nel mese di aprile. Ma il cammino, in fondo, è già iniziato.

