“Sta arrivando l’onda alta”: il naufragio dei diritti e della democrazia

Organizzare un campo di servizio e missione in Italia sembra cosa strana. Ma l’esperienza del viaggio a Palermo e Lampedusa, organizzata da Cpag e Migrantes per approfondire il tema delle migrazioni, lascerà un segno significativo nei giovani veronesi che vi hanno preso parte. Accompagnati dal diacono Beppe Fiorio e sua moglie Elena, l’esperienza dei ragazzi di Verona è stata vissuta insieme a una quindicina di giovani palermitani ed è stata resa possibile grazie all’ospitalità della comunità La Zattera, una famiglia queer fondata da Maria, Toni e Dorotea, laici missionari comboniani, che accolgono persone in movimento prive di casa o in cerca di un primo sostegno. I giovani hanno dormito negli spazi comuni e in alcune delle case della comunità, condividendo la quotidianità delle persone accolte.

L’onda alta

Filo conduttore del viaggio è stato: “nutrire la speranza”. In tutti i momenti di riflessione e condivisione è stato sottolineato il concetto che è fondamentale mantenere viva la speranza, imparare a cavalcare “l’onda alta” senza esserne travolti. I partecipanti si sono divisi in gruppi secondo le proprie inclinazioni personali per preparare una performance conclusiva, costruita attorno a testimonianze, impressioni e riflessioni. E ogni giorno erano previsti laboratori creativi dedicati alla preparazione di tale spettacolo.

Approfondimenti a Palermo

Nei primi giorni a Palermo, i giovani hanno potuto approfondire la dimensione legale della migrazione: hanno analizzato le rotte migratorie verso l’Europa, le modalità di accoglienza in Italia e le varie tipologie di richiesta di protezione internazionale, con un focus sui minori stranieri e sulle esperienze del Movimento Right2Be.

Quando le persone accolte da La Zattera si sono sentite pronte, hanno condiviso le loro storie. Bakari ha raccontato dei sei anni passati ingiustamente in carcere con l’accusa di essere uno scafista. Latifa ha parlato della difficoltà di ricongiungersi con la figlia Imane che ha potuto riabbracciare dopo un anno, mentre Karidja ha condiviso la propria esperienza, compreso il rifiuto della protezione internazionale perché la commissione non credeva che i matrimoni forzati potessero avvenire anche dopo i trent’anni.

Il gruppo ha poi incontrato Bandiougou, fondatore del negozio Giocherenda, un progetto di economia solidale che produce abiti, accessori e giochi narrativi. La sua frase è rimasta impressa nei cuori di tutti:

“Siamo qui perché è nostro dovere dare voce a chi non ce l’ha fatta e a chi arriverà.”

Altre realtà conosciute sono state la Casa dei Mirti e il Centro Diaconale Valdese La Noce, che offrono accoglienza a minori, adulti homeless e donne vittime di violenza. I giovani hanno avuto l’opportunità di giocare e ballare con i bambini ospiti, sperimentando la potenza del gioco come linguaggio universale.

Lampedusa: l’isola delle contraddizioni

Il 5 agosto, il gruppo si è spostato ad Agrigento, dove ha incontrato don Gaetano, le cui parole sono rimaste impresse: “Quali confini? Se costruisco muri, mi isolo. Mi costruisco una tomba.”

Da Porto Empedocle, in barca, sono arrivati a Lampedusa nella notte. Durante la traversata, ognuno ha lasciato un fiore in mare, in memoria di tutte le vite spezzate. A Lampedusa, il gruppo è stato ospitato dalla parrocchia locale.

L’isola mostra un volto paradossale: da un lato le acque cristalline e i turisti sulle barche con la musica a tutto volume, dall’altro il molo Favarolo, nascosto alla vista, dove attraccano i barchini dei migranti. È lì che opera Maldusa, un’associazione culturale che offre accoglienza immediata, con tè caldo, ciabatte e parole gentili. Col tempo, per il loro impegno, sono stati relegati in fondo alla passerella, dietro a polizia, Frontex, Croce Rossa e altre organizzazioni.

Un momento toccante è stato l’incontro con Enzo, un pescatore che ha scelto di non restare indifferente. Ha salvato persone dal mare e raccolto storie di vita e di dolore. L’incontro con papa Francesco, dopo il naufragio del 3 ottobre 2013, è stato per lui un abbraccio della Chiesa. Il gruppo ha poi conosciuto Mediterranean Hope, parte del forum Lampedusa Solidale, che scrive necrologi e organizza commemorazioni dopo ogni naufragio, per rendere visibili le vittime.

I simboli della memoria

Al cimitero di Lampedusa, i giovani hanno visitato le croci in legno dedicate ai migranti morti senza nome. Hanno appeso una farfalla a ogni croce, simbolo di purezza, metamorfosi e rinascita. Sui muri, murales con pesci, piume e date dei naufragi raccontano il dolore e la memoria. In un angolo, la prua di una nave realizzata con legno di barconi: un’opera dell’artigiano Francesco Tuccio.

Altro momento forte è stata la visita alla Porta d’Europa, monumento che ricorda le stragi silenziose e spesso invisibili che avvengono nel Mediterraneo. Un’opera che affida alla memoria delle generazioni future il dolore di chi ha perso la vita in mare, vittima di una tragedia disumana consumata troppo spesso nel silenzio e nell’indifferenza.

La performance finale

La rappresentazione finale si è tenuta dopo la celebrazione eucaristica al Santuario della Beata Vergine Maria di Porto Salvo. Lo spettacolo ha raccontato il naufragio interiore e fisico delle persone migranti: l’angoscia delle onde, i monologhi delle emozioni, la speranza, il dolore, la lotta per restare umani. Alla fine, ogni spettatore è stato invitato a posare una barchetta in un mare simbolico sul palco, come segno di un impegno concreto a uscire dal silenzio, ad amare e lottare per chi è tenuto ai margini. Un gesto semplice, ma carico di significato: “Io ci sono.”

In conclusione

Questo campo è stata un’esperienza intensa, toccante e trasformativa, che ci ha messi faccia a faccia con la realtà delle migrazioni, non come tema astratto, ma come vita concreta, fatta di volti, nomi, storie, ferite e speranze. Abbiamo condiviso giorni profondi tra ascolto, incontro, riflessione e preghiera, attraversando il confine invisibile tra l’indifferenza e la consapevolezza.

L’esperienza vissuta insieme tra giovani veronesi e palermitani e le persone immigrate ha generato un senso autentico di comunità, di fraternità, di ricerca comune. È stato un cammino condiviso dentro l’umanità di chi migra e di chi accoglie, dentro i limiti delle leggi e la forza della solidarietà, dentro il dolore dei naufragi e la bellezza della resistenza quotidiana. Abbiamo toccato con mano le contraddizioni di un’isola simbolo, Lampedusa, e sentito il peso di tante ingiustizie, ma anche la luce di chi, giorno dopo giorno, sceglie di esserci, di non restare a guardare, di costruire un’alternativa fatta di gesti piccoli ma radicali. Questa realtà ci interpella, ci scuote, ci riguarda da vicino. Come ricorda la teologa Antonietta Potente, un Dio migrante cambia e cammina: “Non stanno arrivando solo migranti che cercano uno spazio per vivere, ma sta arrivando una sapienza differente e un’immagine di Dio differente. Quando i popoli emigrano, non si spostano solo i modi di vivere, anche Dio cambia.”

Elisabetta Fabbri e diacono Beppe Fiorio