Qui dove la parola d’ordine è integrazione

In Caritas il presupposto all’interno del lavoro di integrazione dei migranti parte principalmente dalla relazione. Operatori e volontari di Caritas diocesana veronese iniziano ogni percorso di integrazione dalla conoscenza delle persone che hanno davanti, dal dialogo, dallo scambio. Una volta instaurato questo rapporto, si arriva al concreto. Perché integrarsi, non significa solo trovare un lavoro o saper prendere un autobus. Infatti, appena arrivano dalle varie rotte migratorie, le persone accolte hanno bisogno di tutto, spesso anche dei vestiti.

Il primo aspetto su cui punta Caritas è la scuola di italiano, perché siamo convinti che l’integrazione passi dal conoscere la lingua. Il centro di accoglienza Madonna di Guadalupe, primo approdo per i richiedenti asilo maschi che vengono accolti da Caritas Verona, ha una scuola interna quasi quotidiana, gestita da volontari e dai giovani in servizio civile.

Poi, non appena le persone hanno un documento, Caritas cerca di trasferirle alle scuole di competenza statali, come i Cpia, per far ottenere loro i certificati che Caritas non può rilasciare. Ma l’italiano non passa solo dalla scuola: si spinge perché tante persone girino per casa, volontari, operatori, affinché la lingua venga imparata il prima possibile. È per questo che a Madonna di Guadalupe vengono organizzati tornei di calcio e pallavolo con gruppi di giovani italiani, che i ragazzi del vicino Centro di pastorale giovanile vengono a passare qualche ora di volontariato, che continuamente gruppi scout siano presenti all’interno del centro per svolgere vari servizi: vengono per conoscere, ma anche per farsi conoscere. Gli operatori spingono perché i ragazzi migranti facciano attività anche fuori dal contesto Caritas, come lo sport in società sportive. Ad esempio, in questi giorni quattro giovani richiedenti asilo sono a fare servizio ai Campi Saf diocesani a Campofontana: un’occasione per mettersi a servizio, ma anche per imparare la lingua e magari capire un po’ come vivono gli italiani.

Non esiste integrazione sul territorio se le persone rimangono rinchiuse in numeri elevati all’interno di un centro di accoglienza straordinaria. È qui che Caritas ha come punto di forza le parrocchie e le canoniche. Perché i migranti, vengono trasferiti il prima possibile in tutta la diocesi in piccoli gruppi di tre o quattro persone, oppure, nel caso di progettualità con famiglie, è prevista l’accoglienza del solo nucleo famigliare. Ed è qui che avviene il miracolo. Perché la comunità parrocchiale si fa compagna di cammino in un progetto che durerà molti mesi; li coinvolge nella vita della propria comunità; crea il tessuto connettivo tra gli ospiti e il territorio; contribuisce a costruire la loro autonomia senza vincoli e promesse. Di fatto cammina insieme ai migranti. E in molti hanno trovato lavoro nella zona dove sono stati trasferiti perché creano relazioni sul luogo dove arrivano.

Se anche tu vuoi diventare volontario della scuola di italiano, oppure se la tua parrocchia è interessata a iniziare un progetto di accoglienza di migranti, contattaci:

Telefono: 045 2478673

E-mail: ilsamaritano@caritas.vr.it

Un racconto da una parrocchia accogliente

Un volontario della parrocchia di Fumane racconta un episodio unico di integrazione: «Moltissimi sono i giovani che abbiamo accolto in questi anni con la Caritas a Fumane, prima come centro di accoglienza e poi come progetto Sai. Quasi tutti sono rimasti agganciati al nostro territorio e lavorano in aziende agricole in Valpolicella, ma con uno, un ragazzo del Gambia, è successa una cosa incredibile. Lui ha trovato lavoro a Bovolone: ogni giorno chilometri e chilometri di bici alla mattina presto per raggiungere un autobus che lo avrebbe portato vicino a Bovolone per farsi altrettanta bicicletta per arrivare al lavoro. Era un’avventura ogni giorno, ma lui non ha mai mollato. Cosa abbiamo fatto noi volontari? Lo abbiamo sostenuto e abbiamo preso i contatti con i nostri colleghi volontari di Bovolone. Dopo tanto cercare, hanno trovato una casa per lui vicino al lavoro e lui si è trasferito, lasciando a noi il ricordo di una bravissima persona. Ci siamo mossi tra privati cittadini, tra volontari della Caritas e lo abbiamo aiutato a mantenere un lavoro, pagarsi un affitto e vivere felice qui, in Italia».