Caritas e Giornata Mondiale del Rifugiato


In un contesto di crescente instabilità globale e pressioni umanitarie in aumento che minacciano i servizi essenziali per oltre 117 milioni di persone in fuga per cercare sicurezza e protezione, si celebra, il 20 giugno, la Giornata Mondiale del Rifugiato, appuntamento annuale voluto dalle Nazioni Unite per riconoscere la forza, il coraggio e la determinazione di chi è costretto ad abbandonare la propria casa a causa di guerre, violenza, persecuzioni e violazioni dei diritti umani.

Quest’anno la ricorrenza coincide con il 75° anniversario della Convenzione di Ginevra del 1951, pilastro del diritto internazionale dei rifugiati, nata per garantire che chi è costretto a fuggire non venga lasciato senza protezione. Settantacinque anni dopo, l’Agenzia ONU per i rifugiati continua a lavorare affinché il diritto di cercare protezione sia preservato e accessibile, fino a quando ogni persona costretta a fuggire da guerre e persecuzioni non sarà al sicuro.

La storia di un rifugiato accolto da Caritas

Mi chiamo Jawara, ho 29 anni. Sono nato in Senegal in una famiglia di pescatori, ma io volevo fare il sarto. A 14 anni ho iniziato a lavorare in una sartoria nel mio villaggio e a 17 anni avevo già una mia piccola attività. Il mio sogno era diventare uno stilista. Però eravamo in una realtà troppo povera per farcela e ho deciso di emigrare in Gambia, dove purtroppo ho trovato la guerra civile. Non sapevo che c’era una situazione simile, con la dittatura, e ho rischiato più volte la vita. Così un giorno sono salito su un camion e siamo partiti. Ho vissuto un viaggio incredibile, attraversando il deserto, caldissimo di giorno, freddissimo la notte. Un signore vicino a me durante il viaggio ha perso l’equilibrio e sarebbe caduto dal camion: l’ho tenuto con la forza delle braccia e per alcuni chilometri l’ho sollevato. Posso dire di avergli salvato la vita. Ho attraversato vari paesi dell’Africa, fino a fermarmi in Libia. Anche qui la situazione politica era instabile. Ho visto amici e colleghi catturati, torturati e uccisi. Ho vissuto nascosto qualche mese in Libia e per mantenermi facevo l’unica cosa che mi riusciva bene: il sarto. Un giorno è arrivata una proposta: attraversare il mare per venire in Italia. L’Italia era il sogno da bambino, perché è il Paese della moda. Era un gommone con 140 persone. La Libia era troppo pericolosa e allora decidemmo di partire. Il Mediterraneo, Lampedusa, poi Agrigento, Brescia, Milano, la strada per qualche anno nonostante i documenti da rifugiato in regola, fino ad arrivare a Verona. Oggi sono accolto in una struttura di Caritas, a cui sono eternamente grato, perché oltre a darmi da vivere, mi ha permesso di trovare anche un lavoro come sarto. Il sogno di una vita. Se tornassi indietro rifarei lo stesso viaggio? Mai! Ho visto troppe volte la morte da vicino. Cosa vedo nel mio futuro? Imparare bene a fare il sarto, magari un giorno diventerò anche uno stilista. E poi tornerò in Senegal per insegnare ai ragazzi di casa mia questo lavoro, perché non siano costretti a partire e rischiare la vita, e per far crescere il mio Paese.