Approfondimento. Ecco come cambia l’accoglienza migranti dal 12 giugno
Tratto da Verona Fedele
Il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo entrerà pienamente in applicazione nei ventisette Stati membri Ue dal 12 giugno 2026 e rappresenta la più grande riforma delle politiche migratorie europee dagli anni del Regolamento di Dublino, in vigore dal 1997. È un pacchetto di norme approvato dall’Unione Europea nel 2024 con l’obiettivo dichiarato di rendere più “ordinata, rapida ed efficiente” la gestione delle migrazioni e delle richieste di protezione internazionale.
Caritas veronese ha ospitato nei giorni scorsi il Coordinamento immigrazione Triveneto, con la presenza di varie delegazioni delle Caritas del Nord-Est e di Oliviero Forti, responsabile dell’Ufficio Politiche migratorie e protezione internazionale di Caritas italiana. Tema dell’incontro proprio il nuovo Patto europeo. Ci si chiede quali novità porterà questo Patto, se permetterà di trattare i fenomeni migratori come elementi strutturali della società e non emergenziali e se si arriverà ad avere politiche migratorie europee uniformi in ogni Paese.
«Per chi lavora nel settore – spiega Oliviero Forti – è uno sconvolgimento totale rispetto al passato, perché avremo un quadro normativo di riferimento completamente rinnovato e quindi nella pratica le Caritas diocesane, che sono molto impegnate nella gestione dei rifugiati e richiedenti asilo, dovranno ridefinirsi rispetto anche alla quotidianità. Abbiamo avviato come Caritas italiana un lavoro sui territori per spiegare i punti cardine del Patto e per incominciare a formare gli operatori su tutti gli atti legislativi che lo compongono».
Quali sono le novità principali rispetto alla situazione attuale?
«Il sistema europeo di asilo era considerato in crisi ormai da anni, soprattutto dopo il 2015. Il vecchio Regolamento di Dublino scaricava gran parte della responsabilità sui Paesi di primo ingresso, come Italia, Grecia e Spagna. Il nuovo Patto prova a costruire un sistema più uniforme tra gli Stati europei, introducendo procedure comuni, nuovi controlli alle frontiere e un meccanismo di solidarietà tra i Paesi membri. Noi abbiamo avuto tempo per analizzare le nuove norme, perché sono state approvate nel 2024. La previsione è che sarà un Patto tendenzialmente più restrittivo rispetto al passato e quindi potenzialmente potrebbe avere dei risvolti negativi sui diritti dei migranti e dei rifugiati, a partire da quella che è l’attività di controllo alla frontiera, per arrivare all’accoglienza nelle nostre città. Quindi su questo è bene conoscere in profondità il Patto per poi poter arrivare attrezzati nella quotidianità».
Ma quindi c’è il rischio che ci possano essere degli slanci scomposti nelle politiche europee, un po’ come accaduto con il centro di accoglienza italiano in Albania o il desiderio inglese di espatriare in Ruanda i migranti irregolari giunti nel Regno Unito…
«Direi che non è da definire un pericolo tutto ciò, ma ormai è realtà! E infatti c’è proprio un’indicazione specifica all’interno del Patto che promuove appunto questa pratica delle cosiddette piattaforme di sbarco nei paesi terzi, praticamente il caso Albania. Quindi non è un rischio, ma c’è proprio l’idea concreta di programmare questa forma di accoglienza. Chiaro che, se accadrà, dipenderà molto dalle capacità economiche di ciascun Stato e dalla volontà politica del momento».
Quindi potrebbe anche non accadere…
«Stiamo parlando di un Patto che ha questo nome proprio perché è un accordo tra i vari Paesi dell’Unione europea sulla gestione migratoria ed è chiaro che è un patto raggiunto con grande difficoltà, ma in un contesto politico peculiare, dove tendenzialmente siamo di fronte a governi di destra e che si sono coalizzati in questo senso. Ma non è detto che un domani tutto quello che c’è scritto avverrà o non avverrà. Dipende da tanti fattori. Probabilmente quest’idea di aprire piattaforme di sbarco, come la “nostra” Albania, verrà abbandonata, non verrà praticata, anche perché costosa e disfunzionale. Ma non si può sapere. Certamente un po’ tutto il Patto può essere discusso, anche se contiene delle previsioni al suo interno interessanti: a tratti, ad esempio, offre maggiori garanzie a determinate categorie di richiedenti asilo, soprattutto a quelli vulnerabili. Dall’altro però ha tutta una serie di procedure molto stringenti nelle tempistiche, nella modalità di implementazione, che mettono a rischio la tenuta dei diritti di queste persone».
Sembra un accordo un po’ confuso, o sbaglio?
«No, diciamo che nella lettura del Patto emerge una tensione costante tra la volontà di stringere il più possibile e dall’altro lato di garantire comunque i diritti delle persone. Ed è in questo che noi vediamo la maggior criticità. Perché evidentemente se tu come Europa vai nel senso di scoraggiare le migrazioni, il fatto che poi chi “vince la lotteria” e riesce ad arrivare in Italia, avrà delle maggiori garanzie, non è sufficiente. Perché a noi interessa che tutti quelli che hanno diritto possano goderne, perché è un diritto soggettivo quello dell’asilo e con questa modalità molti rimarranno esclusi e rischiano davvero poi di trovarsi in situazioni complicate perché verranno accelerati i rimpatri alla frontiera, oppure i migranti potranno essere mandati anche in Paesi diversi da quelli d’origine… quindi, insomma c’è tutto un carico di previsioni che è preoccupante».
Beh, almeno quella migratoria non viene più trattata come un’emergenza.
«Certo, questo è l’obiettivo, insieme a quello di riordinare il sistema europeo. Questo significa che da chi entra in Estonia dalla Bielorussia, fino a chi entra in Grecia dalla Siria, deve trovare un sistema che gli garantisce gli stessi diritti, le stesse procedure, le stesse modalità e gli stessi tempi. Anche in Italia sarà così: lo stesso trattamento per tutti, che un migrante arrivi dal mare, da Ventimiglia o da Trieste. Questo sulla carta. Poi l’Estonia ha una capacità, la Grecia ha un’altra, la Francia un’altra ancora, quindi la vera sfida è capire poi la concretezza del Patto. Gli Stati hanno firmato, è legge, sono tutti d’accordo. Sulla carta è tutto, non dico bello, ma abbastanza chiaro. Poi, nei fatti, bisogna scontrarsi con mancanza di risorse, di personale specializzato, di strutture, perché questo è quello che si registra in alcuni Paesi. Immagino già una Baviera super performante nell’implementazione e una piccola isola di Cipro che sarà in grande difficoltà».
E Caritas italiana? State organizzando incontri di formazione, continuate a promuovere altre forme di accoglienza, come i Corridoi umanitari, ma davanti a questo Patto?
«Siamo in stretta interlocuzione con il governo italiano. Il governo ci ha contattato più volte perché è chiamato a implementare questo Patto e ha bisogno anche che la società civile gli dia una mano, perché altrimenti da soli non riescono. Si sta parlando di aiuti in termini di strutture, di personale, di organizzazione. È chiaro che noi, come Caritas, siamo sempre stati disponibili e continueremo a essere in dialogo. Però abbiamo fatto ben presente che noi ci fermiamo laddove vediamo che determinate procedure o determinate attività possono mettere a rischio i diritti dei rifugiati. Quindi in quel caso noi faremo un passo indietro. Invece, laddove ci saranno le migliori condizioni per lavorare insieme, noi ci saremo».
